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About non-existence, negation and destruction of various organs or of the entire body

I would like to start from with a story about the end of the body in space, in order to introduce such space. I am ashamed of dying only in as much as someone will have to clean up the floor and touch me – and I: fully unaware. It is just not possible to leave for good and die elsewhere, in a place altogether different. The body, left behind, will stay there, and someone will have to load it into a car.

Leaving life is a complex procedure, ritualistic and economic: dying is never cheaper than a couple of thousand pounds, flowers not included. And even with the ritual accomplished, we cannot be sure whether a departure took place. A suicide leaves his ex-body to life, the life of others.

Heterotopias* would then need to overcome themselves, create a place beyond all places, in which we could disappear (completely, and not in the cemetery), a place impossible to visit, in which we are not to survive in any form after departure. Maybe Virginia Woolf thought about this, filling her pockets with stones and entering the river, but she must have entered also also entered the water cycle, vapor – cloud – rain – sea – vapor, endlessly.

I have given much thought to such a missing place. The idea itself is not conceivable yet there is a place: it has been built by great engineers, it should work, and that’s the place to go, to die: online.

While in the Twentieth century the topos of a ‘centre of the world’ was at work (such as Paris or New York), now a new modality is taking place, compensating the rest, and not being a real place at all.

Why has the world entered in this ‘place’ and why have we followed it in there? What did we give away in order to enter it? What is it that we give away when we register on Facebook, when e-banking, when opening a personal account?

*Heterotopias – Michel Foucault, 1967.

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IDEE DI NON ESISTENZA, DI NEGAZIONE, DI DISTRUZIONE DI DIVERSI ORGANI O DI TUTTO IL CORPO”

Vorrei partire da una storia, una riflessione d’ultim’ora sulla fine del corpo nello spazio, per introdurre questo spazio. Quello che più mi vergogna dell’idea della morte è la certezza che, chi rimarrà a sgomberare il pavimento dalla mia persona, debba toccarla senza che la mia persona possa accorgersene. Non è possibile uscire di scena per andare a morire in un luogo veramente altro (perché resterebbe il corpo e qualcuno dovrebbe comunque caricarlo in macchina). Il distacco dalla vita è carico di procedimenti (rituali, ed economici: morire non costa meno di tre mila euro, senza contare I fiori) ma alla fine non si può dire che il distacco sia avvenuto del tutto. Il suicida che vuole finire la vita lascia comunque il corpo nella vita, dietro di sé, in quella degli altri.

Le eterotopie** dovrebbero superarsi, inventare un luogo oltre i luoghi, in cui sparire (ma non per finire al cimitero): un luogo in cui nessuno potrebbe venire a trovarci. Un luogo per non sopravvivere, per non restare in nessuna forma dopo il distacco: Virginia Woolf forse pensava a questo riempiendosi le tasche di sassi prima di entrare nel fiume, ma dev’essere entrata comunque nel ciclo dell’acqua, vapore nube pioggia mare vapore, all’infinito.

Ho pensato al luogo che manca. L’idea stessa è in sé inconcepibile. Eppure uno gli assomiglia, è stato costruito da grandi ingegneri, dovrebbe funzionare, ed è lì che si deve morire: in rete.

Mentre nel XX secolo aveva funzionato il dispositivo del centro (Parigi inizio ‘900, New York nel dopo guerra), oggi assistiamo a un nuovo topos, chiamiamolo modalità, che come diceva Foucault nel 1966, è destinato a compensare tutti gli altri.

Perché è il mondo a essere entrato in questo ‘luogo’ e noi lo abbiamo seguito. Che cosa abbiamo ceduto per entrarci? Che cosa cediamo quando entriamo in facebook, quando accediamo all’e‐banking, quando apriamo account di posta elettronica?

** Michel Foucault, Eterotopia: luoghi e non-luoghi metropolitani

DA BENTHAM A ORWELL AL REALITY, SENZA RITORNO

Una delle distopie più celebri del XX secolo è quella di George Orwell. Qui, come nel Panopticon, “al potere potrebbe non esserci nessuno, ma dalle celle nessuno lo saprebbe”. Celle tele‐visioni, visioni a distanza: visioni che vedono. Detto altrimenti: “il potere che viene esercitato non è altro che un’effetto ottico, privo di materialità” *, anonimo e disincarnato.

DAL PANOPTICON ALLA CAMERA CON VISTA

Il potere anonimo di 1984, metterlo dentro schermi che erano già la sua sede, non ci pare un’ardita citazione, ma la fine di ogni citazione consapevole: 1984 si è semplicemente avverato, si è avverato nonostante tutto, e lo stiamo guardando con questa ‘mancanza di consapevolezza’ (Mario Galzigna). L’opacità è la stessa che avevamo trovato nella tautologia del manicomio, come sistema isolato dal mondo, che adempie le sue funzioni solo reintroducendo il mondo.

La trasmissione funziona perché il mondo non è affatto escluso, ma riempie i casting e l’audience  ancora una volta, una replica. La vita guarda la vita nella visione a distanza in attesa di una verità, ma la verità è sempre quella predeterminata.

Il potere panottico esercita non più l’antico diritto sovrano di far morire o lasciar vivere ma, si direbbe: di lasciar morire mentre tutti guardano.

* Michel Foucault, Lezioni al Collège de France