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Mario Perniola è morto. Lunga vita a Mario Perniola.

Ceci n’est pas un article sur Mario Perniola.

Una storietta racconta che la filosofia di Mario Perniola si sia orientata contro la comunicazione non per scelta razionale, ma per istinto, per indole. Invitato ad un talk show, egli sarebbe stato incapace, sommerso dalle chiacchiere, di mostrare le proprie abilità dialettiche, soccombendo alla stupidità di invitati più “comunicativi”. La brutta figura del filosofo ne avrebbe sancito così il fallimento mediatico, stimolando il conseguente disprezzo nei confronti dei mezzi di comunicazione di massa.

Una storietta narra della partecipazione televisiva di un filosofo ad un famoso programma televisivo, in seguito alla pubblicazione di un pamphlet di attualità politica dal contenuto alquanto commerciale. Le premesse sono buone. Ci sono tutti i requisiti per fare audience e catturare l’attenzione del pubblico : l’analisi colta, il paragone azzardato, il riferimento a un politico coinvolto in scandali di natura sessuale. Eppure la presenza del filosofo è destinata allo scarso riscontro mediatico.

Queste storiette sono molto simili. L’una pare il simulacro dell’altra, potremmo addirittura credere che si tratti dello stesso racconto. Abbiamo la sensazione che l’ordine scelto per esporle non sia determinante, potremmo anzi invertirne la lettura, prima la seconda e poi la prima: il cambiamento sarebbe minimo o nullo. In ogni caso, leggendole, sappiamo che stiamo passando dall’una all’altra.

Mario Perniola come educatore.

Un’altra storietta riguarda invece la pubblicazione di un libro. Non la racconteremo poiché essa viene esposta, nel migliore dei modi possibili, all’interno del libro stesso. Contro la comunicazione è un’opera che pur mantenendo, e forse più che mai affermando, un’estetica dell’insubordinazione  – Perniola non ha scritto per incitare le masse a rovesciare il sistema né, a contrario, per vendere astutamente prodotti all’industria culturale, sembra verosimile piuttosto che abbia scritto a se stesso e per se stesso, in principio. Quando poi il principio è venuto meno e si è trattato di dover pubblicare, di fronte a questo comune dover  essere accademico, l’estetica nella sua forma più classica, è tornata ad imporsi quale tendenza fondamentale dell’opera – ottiene un certo successo e vince con il pensiero ciò che è più difficile.

Un cadavere.

Il successo va però inteso in senso letterale, il successus (participio passato di “succedere”) come ciò che succede, ovvero, ciò che viene dopo. E la dialettica illuminista insegna che sovente, poi, il sostrato negato, dimenticato torna, magari colla maschera di una cosa sempre nuova. Così si passa dall’insubordinazione al dominio del simulacro e poi ancora, dallo stesso al differente. Il vecchio esteta si contamina non tanto di politica quanto di spettacolo e le sue pubblicazioni su Silvio Berlusconi prima e su Mario Monti poi minacciano di convertire il suo sentire in una fraseologia da falso rivoluzionario.

Per passare da un’opera all’altra però il tempo consumatore di tutte le cose umane conta relativamente.

Prossimità nella presa di distanza.

Sei stato un educatore, un cadavere, un filosofo ed una storietta. Sei stato un transito neutro. Tra i poli del sentire e della ragione illimitatamente sospeso nel mezzo – tra il non più e il non ancora . Ed ora?

Ci sarà forse chi ti cercherà tra gli scarti informatici, tra quelle logiche contemporanee legate ad una ripetitività “articolata”, ad una “molteplicità” seriale, ri-attualizzando la potenza estetica di una “ars” che corrisponde sottilmente alle implicazioni filosofiche e politiche delle opere di un fabbro. E forse anche noi, un giorno, potremo sentirci più fabbri che operai.

Più che raccontarci un filosofo televisivo, le logiche e gli scarti incommensurabili dell’estetica informatica ricorderanno, tra l’altro, almeno a noi stessi e per noi stessi, un Perniola fabbro e inattuale che, al pari di quel Veturio Mamurio, primo artista romano, realizzò opere per celebrare, mantenendola, la fine della pestilenza.

Come nella storietta che Plutarco riporta in “Vita di Numa”, per mantenere Roma immune dalla peste venne chiamato proprio Veturio Mamurio, artista fabbro, a cui, fu affidato l’incarico di scolpire undici copie dello scudo di bronzo caduto dal cielo quale elemento salvifico da preservare e proteggere da furti potenziali. Le riproduzioni così realizzate, perfettamente identiche all’originale, resero l’oggetto autentico irriconoscibile, dissolvendolo e tutelandolo nel contempo.

Il filosofo fabbro si colloca allora in quel campo operazionale in cui ripetizione, differenza e simulacro permettono al sentire umano di mouversi, con precisione perfetta ed equilibrata, tra le pagine di un libro, come una mano esperta si muove tra le pieghe delle vesti e delle sottane.

Crepuscolo di un idolo

Immaginiamo una corda tesa. Quella famosa corda tesa sull’abisso dell’esistenza. Da una parte il parto: fanciullo decrepito o, volgarmente, bambino vecchio. Dall’altra, la vecchiaia come decadimento delle funzioni biologiche di un corpo che presto non sarà più.

L’intreccio dei fili di questa sottile linea di sangue rappresenta il passaggio o la mutazione molteplice del singolo alla possibilità costante della morte e dell’apertura.

D’altra parte, la linea umana del tempo non implica l’esistenza cosmica di un divenire temporale oggettivo.

Se l’immagine possibile e, per noi, reale della morte di un filosofo non ha dunque alcun valore fisico oggettivo, non sarebbe allora contradditorio affermare che il passaggio o la mutazione molteplice del singolo, che rappresenta certo un’esperienza umana, lungi dall’essere un venir meno dell’essere, non è altro che un transito oggettivo dallo stesso allo stesso.

 

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IDEE DI NON ESISTENZA, DI NEGAZIONE, DI DISTRUZIONE DI DIVERSI ORGANI O DI TUTTO IL CORPO”

Vorrei partire da una storia, una riflessione d’ultim’ora sulla fine del corpo nello spazio, per introdurre questo spazio. Quello che più mi vergogna dell’idea della morte è la certezza che, chi rimarrà a sgomberare il pavimento dalla mia persona, debba toccarla senza che la mia persona possa accorgersene. Non è possibile uscire di scena per andare a morire in un luogo veramente altro (perché resterebbe il corpo e qualcuno dovrebbe comunque caricarlo in macchina). Il distacco dalla vita è carico di procedimenti (rituali, ed economici: morire non costa meno di tre mila euro, senza contare I fiori) ma alla fine non si può dire che il distacco sia avvenuto del tutto. Il suicida che vuole finire la vita lascia comunque il corpo nella vita, dietro di sé, in quella degli altri.

Le eterotopie** dovrebbero superarsi, inventare un luogo oltre i luoghi, in cui sparire (ma non per finire al cimitero): un luogo in cui nessuno potrebbe venire a trovarci. Un luogo per non sopravvivere, per non restare in nessuna forma dopo il distacco: Virginia Woolf forse pensava a questo riempiendosi le tasche di sassi prima di entrare nel fiume, ma dev’essere entrata comunque nel ciclo dell’acqua, vapore nube pioggia mare vapore, all’infinito.

Ho pensato al luogo che manca. L’idea stessa è in sé inconcepibile. Eppure uno gli assomiglia, è stato costruito da grandi ingegneri, dovrebbe funzionare, ed è lì che si deve morire: in rete.

Mentre nel XX secolo aveva funzionato il dispositivo del centro (Parigi inizio ‘900, New York nel dopo guerra), oggi assistiamo a un nuovo topos, chiamiamolo modalità, che come diceva Foucault nel 1966, è destinato a compensare tutti gli altri.

Perché è il mondo a essere entrato in questo ‘luogo’ e noi lo abbiamo seguito. Che cosa abbiamo ceduto per entrarci? Che cosa cediamo quando entriamo in facebook, quando accediamo all’e‐banking, quando apriamo account di posta elettronica?

** Michel Foucault, Eterotopia: luoghi e non-luoghi metropolitani