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I AM NOBODY

“I am nobody”, by Sylvia Plath, is about the loss of one’s name:

“I have given my name and my dayclothes up to the nurses/ The nurses pass and pass, they are no trouble/ They pass the way gulls pass inland in their white caps/ Doing things with their hands, one just the same as another/ So it is impossible to tell how many there are”

The internet is built up with information and images that users share. However the web is not the users’ property. In fact it is not even an actual place.

“WHAT IS THE USE OF A BOOK,” THOUGHT ALICE, “WITHOUT PICTURES OR CONVERSATION?”

The term “virtual” was coined in 1989 and since then has been misused as “illusion of reality”. “Enhanced reality” would be preferable, as technologies cannot substitute all our senses in order to create a complete illusion of reality.

Digital images are ‘enhanced’ images and most of them are indeed retouched. While a Polaroid is the actual original (and there is no negative), in digital photography a copied and pasted file is again another original and the question of unicity is not at stake.

Since 1839 it became possible in photography to retouch and affect the final print – /was capable of /<delete taking out people from of a family picture, for example – by editing, or treating light so that the skin would look smoother. Indeed photography has always been aware of its possibilities, and has never worked as a sheer analogue, a photocopier, for the world to reproduce itself.

Today we are so used to being tricked that we tend to forget that digital photography, and in particular retouching and deceiving, does not betray a supposed original analogy. Therefore the point at stake is not digital images today, but photography since its origin. The problem is what we ask images to do. This was the same problem Alice in Wonderland posed, when asking to read a book with images.

Today we live through lenses – contact lenses, glasses, camera lenses, video cameras, CCTV, fibers, satellites. The images collected return to us on screens, computer screens, touch screens, TV screens, videogames, mobiles, iPad, e-books, cinema. Now images are everywhere. Alice would be happy.

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Nella Plath di “I am nobody” era in corso la perdita del nome:

“I have given my name and my day‐clothes up to the nurses/ The nurses pass and pass, they are no trouble/ They pass the way gulls pass inland in their white caps/ Doing things with their hands, one just the same as another/ So it is impossible to tell how many there are”.

La rete è costruita a partire dalle informazione degli utenti, ma non è di nessuno di essi. La proprietà di questo non‐luogo in cui tutti si ritrovano a caricare immagini e informazioni non è nostra.

“WHAT IS THE USE OF A BOOK” THOUGHT ALICE “WITHOUT PICTURES OR CONVERSATION?”

“Virtuale” è una parola nata nel 1989 e subito inflazionata come sinonimo di “illusione di realtà”. Siccome le tecnologie non arrivano davvero a sostituire tutti i sensi per dare una totale illusione di realtà, è da preferire il termine “realtà aumentata” a realtà virtuale, nella misura in cui trattiamo informazioni e immagini aggiuntive, che per questo non sono reali, ma trattiamo come tali, come una nuova forma di realtà. Le immagini digitali ad esempio sono di tipo aggiuntivo: “il 90% delle immagini pubblicate da una rivista femminile inglese erano state ritoccate”. Mentre la polaroid è un originale (e manca la matrice, il negativo) nella fotografia digitale il concetto di unicità non si pone in questi termini e un file copiato è identico al file originale. La fotografia, sin dai tempi dei dagherrotipi di famiglia, sapeva già togliere dal gruppo lo zio usurpatore, fare montaggi in fase di stampa, o allestire la luce di modo che la pelle risultasse più liscia: la fotografia ha sempre riflettuto sulle proprie possibilità e non è mai stata semplicemente un analogo del mondo, non ha funzionato solo come macchina fotocopiatrice.

Oggi si tende forse a dimenticare che il digitale (e in particolare il ritocco, l’inganno che sembra reale, perché all’inganno abbiamo abituato l’occhio) sia la diretta conseguenza di posture fotografiche originali e non un tradimento di un’analogicità un tempo sincera.

Il problema quindi non è il digitale oggi, ma la fotografia da sempre; ovvero, il problema è ciò che noi chiediamo all’immagine della realtà, ciò che noi vogliamo riesca a fare. Questo era il problema che poneva Alice nel paese delle meraviglie, quando chiedeva di leggere un libro che avesse almeno le figure.

Ma oggi viviamo attraverso lenti, le lenti a contatto, di occhiali, lenti di macchine fotografiche, da presa, di CCTV, di fibre ottiche, di circuiti chiusi, di satelliti; e le immagini raccolte ci ritornano addosso su schermi, touch screens, schermi di computer, di televisioni, di video giochi, di telefoni, di ipad, di e‐books, di cinema. Per la gioia di Alice, ora ci sono immagini ovunque.

NON MANCA NULLA DI QUELLO CHE NON C’È.