Manifesto

L’acinephilia non è un progetto, né una pratica, ma un’azione di pensiero. Un pensiero senziente percorribile ai limiti dei bipolarismi filosofici. Tra i dualismi più affannosi e stanchi, come l’opposizione Input/Output, possiamo intraprendere una ricerca spaventosa ed efficace, una tattica fallimentare, sterminata, cieca e pertanto grandiosa.

Parlando di cinema e filosofia lavoriamo sulla messa in scena, sulla concettualizzazione organica; ma riprodurre mimeticamente i meccanismi di potere imposti dal corpo sociale dominante è ciò che meno ci interessa. L’accademia, l’intellettualismo polveroso e l’università non sfuggono a quello stesso atteggiamento neoimperialista che soffoca le idee, impacchettandole negli scaffali di un ragionamento monopolistico e gerarchico. Il sapere in vendita, accanto alla proliferazione logorroica d’immagini mute, nonostante i saldi della critica, resta l’impotenza di un’alternativa fasulla. Ne deriva il ritorno ammuffito della censura, dell’autoritarismo monetario e degli estremismi inconcludenti. Questo frullato farmaceutico è venduto a peso d’oro, tuttavia non si tratta di merda d’artista; è la merda del performer.

Contro la confusione piatta di un magma disorganico ma ben organizzato i riferimenti più conseguenti intrecciano le operazioni “anticoncettuali” dell’acinéma e dell’informe. Queste non sono affatto dei punti d’arrivo ma dei trampolini di lancio da cui tessere una rete parassitaria virtualmente-visuale che non costruisce obiettivi ma pone l’efficacia del rovesciamento necessario, partendo dal basso delle sensazioni, dagli echi residuali di quei colpi di martello, infangati dalle forme taccagne dell’occidente.

Assistiamo oggi al ritorno dispotico dell’ego e dell’identità; queste barriere reazionarie, non potendo più riferirsi all’unicità del fondamento, si sono parcellizzate in un militarismo subatomico che tanto più si proclama frammentario e differenziale quanto più lascia trasparire un conformismo stagnante.

Le nostre armi sono immagini-senzienti manipolabili cerebralmente. Contro il sonno della ragione desideriamo mostruosamente una serie d’eventi irripetibili che abbiano i caratteri violenti ed eterni della rivelazione assurda e dell’equilibrio istantaneo.

Vogliamo la violenza di un equilibrio istantaneo perché vogliamo il risveglio del sentire, il risveglio dell’atto pensante; e solo la potenza del gesto in atto è generatrice di una comunità post-organica e inattuale. Desideriamo l’eternità di una rivelazione assurda perché la ricorrenza dei miti, delle fiabe, delle illusioni e delle storie, ridiviene creatrice nella condivisione di uno spazio plurale oltre il visibile e l’individuazione.

L’arte insubordinata è rarissima, per questo è necessaria.

Nessun capo, nessun fondamento, nessun Capitale. Contro l’integralismo di ogni purezza spettrale, al di là del tempo dell’uomo, da un’epoca di livellamento, di solitudine, di Bipensiero all’avvenire di un tempo che non fugge più e che certo resta incompleto, da completare.

L’esperienza estetica, simpatetica ed intima, è quell’auctoritas impresentabile cui vogliamo attingere.

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