Da Warburg, Nietzsche ad oggi troppo ad Ovest

di acinephilo

Incateniamo (« verkettung ») un’ipotesi deleuziana, a una concezione dialettica dell’immagine. La prima suppone un cinema in cui le immagini-tempo rendono visibile la coincidenza tra la virtualità di un passato-presente e l’attualità di un presente-passato, la seconda si riferisce a quella possibilità fulminea di interrompere il succedersi progressivo della conoscenza (nel caso di Walter Benjamin storica, storicistica), tramite la potenza discontinua, a salti di un’apparizione. Il pensiero discorsivo arrestandosi di fronte a questo corto-circuito-interno viene cosi restituito in frammenti senzienti riconfigurabili all’interno di una regione d’essere che abbiamo identificato convenzionalmente con il concetto di equilibrio istantaneo. Questa « prospettiva », sottraendo l’arte come creazione visuale, a ogni forma di Potere e ad ogni potere della Forma, pare comunicare polimorficamente con altri tipi di esperienze affini. Pensiamo per esempio al non-savoir batailliano.

Sentiamo tuttavia come ogni creazione interpretante sia precaria, estremamente fragile, non a caso, convenzionale, per alcuni impossibile, per altri paradossale. Il nostro cristallo assomiglia alla psiche, al guizzo, all’attimo, a quel dolore che è anche una gioia a quel champ opératoire – spazio variabile e pertanto illimitato, rizomatico, scelto, assemblato e disgregato, montato, smontato e rimontato, esperibile sia come tavola che come schermo – circoscrivibile come templum, attraversabile come passage.

Là, dove anche tutte le dicotomie si rivelano essere fatue, bene e male non si confondono né si separano, ma come il giorno e la notte, astra e monstra, logos e pathos, sono intrecciati (« verfädelt »), innamorati (« verliebt ») sullo sfondo di un assentiment – un’aderenza, un’adesione – all’essere che diviene. « Perché » dunque l’arte-tempo, il cristallo e l’apertura (non parleremo di serpente) ? Piuttosto di « che cosa », la richiesta di senso muta. Domanda retorica, umana, circolare.