Marmo digitale: dal Discobolo al calciatore

di acinephilo

Parte 1: come divenire pallone

Un “colpo di testa” è qualcosa di folle, di straordinario e allo stesso tempo qualcosa di estremamente quotidiano. Qualcosa di azzardato e irreversibile, strettamente ed etimologicamente legato al caso, alla casualità, al gioco. Nel gioco del calcio è un colpo tecnico, preciso, calcolato, quasi razionale pur rimanendo essenzialmente istintivo. Esso ha dunque l’interesse ed il merito di coniugare due tendenze che si vorrebbero antitetiche, il controllo e l’impulsività più estremi, l’azione ponderata e quella precipitosa, una certa dose di freddezza e di ferocia.

In un secolo di decadenza e rinascita culturale il parallelismo tra la funzione sociale riservata alle statue classiche di atleti greco-romani e lo status dei personaggi dello spettacolo e dell’industria mediatica può servire ad intensificare il dibattito sulle esigenze estetiche dell’Occidente. A questo proposito la popolarità della statuaria contemporanea è posta accanto alle riproduzioni simulacrali delle fotografie da giornaletto, ma non si tratta di un rapporto modello-copia. Sembra difficile inoltre attribuire un significato allegorico alle statue di Kate Moss, di Zinedine Zidane, di Alison Lapper.

Se l’immagine non ha referente e l’evento mediatizzato non rinvia che a se stesso, l’opera Colpo di testa di Adel Abdessemend, eternizza l’effimero attraverso la caduta, il tramonto di ciò che sta a Ovest, del familiare, dell’identificabile. Essa non celebra tanto una rivelazione assurda quanto piuttosto un equilibrio istantaneo. La statua titanica pone il pagus nell’Heimat, come è stato brillantemente osservato nei cataloghi del Centre Pompidou di Parigi. Con essa l’artista intraprende un’operazione ordinaria di collocamento, dislocando: Unheimlich.

Vi è un sentimento “metafisico” nel gossip, nel suo potere di controllo e di rassicurazione. La riconoscibilità, la disponibilità immediata del “colpo di testa”, immortalato dall’arte e dalla comunicazione, riguarda essenzialmente la sfera del determinismo piuttosto che quella della contingenza.

Perché  dunque il colpo di testa? Si tratta di un passaggio, di un transito: un divenire-cosa. Da una parte si svela l’alienazione o, meglio, l’espropriazione – in un periodo storico differente il termine “estasi” sarebbe stato più appropriato -. Tuttavia quando scienza e magia, tecnicità e miracolo, freddezza e ferocia, pagus e Heimat coesistono, l’uomo invece di essere “fuori di sé”, diviene privo di sé, dell’essere proprio e proprietà di se stesso, egli diviene status, metamorfizza nel suo lavoro, spossessato, privato del nome – benché forgiato dall’etichetta -, risucchiato dal ruolo all’interno del gioco. D’altra parte il calciatore diviene calciatore-pallone (è forse una coincidenza che l’espressione della lingua italiana “pallone gonfiato” serva a definire una persona arrogante, strafottente), un prodotto che partecipa ai movimenti di scambio dell’economia postindustriale.

Il momento scolpito, ricondotto al contesto d’origine, al gioco, sospende la competizione calcistica, lanciandone l’essenza spettacolare, visuale, nel contatto distante della lotta titanica. Si transita dall’uomo-status all’uomo-cosa, un processo di reificazione che porta dal corpo umano al corpo artificiale, dal soggetto privato, conchiuso, all’oggetto senziente, mobile, innescato. Il giocatore diviene palla, tramite, medium coacervo e concentrato di flussi e d’energie.