Dal gioco al divertissement al gioco a. II

di acinephilo

L’idea che il gioco è per se stesso e si svolge da se stesso – ciò che potremmo chiamare l’entelechialità del gioco – implica che esso sia un tutto significativo che tende a manifestarsi, ad emanarsi. Il processo ludico non è nient’altro che l’itinerario di questa automanifestazione. Gadamer usa il termine “Selbstdarstellung”, e prima “Darstellung”, che in tedesco significa non solo “rappresentazione”, ma anche “ritratto” (die Schilderung), “recitazione teatrale” (die Theaterrolle), “dipinto” (Das Bild), avvicinandosi così al concetto di gioco e all’arte in generale. A partire da queste osservazioni linguistiche, la Selbstdarstellung significherebbe l’auto-ritratto, o ad esempio l’autointerpretazione teatrale. Non si può negare, d’altro lato, il riferimento a un altro termine filosofico, quello di Vorstellung. Questo riferimento costituisce piuttosto un distacco, in quanto “Vorstellung” è un termine dell’epistemologia moderna e cartesiana, che implica una scissione tra il soggetto rappresentante e l’oggetto rappresentato. Porre davanti, oggettivare, porre di fronte, è l’attività del soggetto che rappresentando stabilisce la propria supremazia. L’oggetto è qualcosa posto e rappresentato dal soggetto. È però chiaro perché l’arte non possa essere pensata in termini di Vorstellung, ma in termini di Darstellung: l’arte è qualcosa a cui si partecipa, e per questo non può essere l’oggetto della coscienza estetica. L’arte ci chiama nel suo gioco, ci chiama ad assistere alla sua autorappresentazione. E questo assistere non ha niente a che fare con la costruzione di un metodo appropriato da utilizzare per cogliere l’oggetto.