Su due tendenze cosmologiche del cinema contemporaneo

di acinephilo

si dovrebbe riaprire il dibattito tra una cultura cattolica – profondamente radicata e retroattiva, un falso velo di “superamento” – e un residuo di pensiero troppo attuale per implicare salvezza e conoscenza, ancora troppo “new age” per dirsi gnostico. Per il fatto di essere eretico e “derivato” il secondo, il “residuo”, risulterebbe logicamente dalla prima ma considerato esclusivamente per la sua forza espressiva, o per il suo valore simbolico, esso ha il potere di fagocitare la storia e la tradizione, assimilando a se stesso questi aspetti, privando di consistenza un’opposizione che nasconde in realtà una coincidenza.

Volendo disturbare, l’ostinarsi filosofico richiederebbe comunque quest’astrazione forzata pretendendo che si possa argomentare in occasione di uno degli eventi cinematografici più riconosciuti a livello internazionale: il festival di Cannes. Un compromesso giornalistico permetterebbe di considerare reali queste due tendenze. Certo si tratta di un’idea che a noi interessa solo relativamente, la si colga come un suggerimento per la sessantacinquesima edizione.

Nel 2011 l’attenzione si concentrò sulle dichiarazioni che Lars von Trier rilasciò alla stampa con l’effetto di espandere il magma della coincidenza attraverso il simulacro (“post”-)dualistico – o “neodualismo” – dell’opinione, ben poco astratta e per nulla concreta, conferendo una certa notorietà al proprio film candidato: Melancholia. D’altra parte a vincere il concorso, com’è noto, fu The Tree of Life, l’opera del regista Terrence Malick a proposito del quale sembra siano stati riconosciuti la “classe” ed il “talento” .

L’opposizione calcistica scaturita dall’antitesi di queste due opere ha certamente permesso di rilevare due cosmologie parallele che ora, non potendo permettersi il privilegio epocale delle risposte metafisiche, scorrono come una piacevole brezza primaverile al di sopra delle gonne eleganti e delle capigliature laccate. Esse sfiorano appena le ambizioni cosmiche di un cinema, quello dei festival, che, dato il ritualistico “crossdressing” della ricorrenza legalizzata, pur assumendo un’aria stitica, tanto più importante quanto più accompagnata da feste mondane e red carpet color carne, continua a pulsare sotto i riflettori telescopici della commissione e delle stars.

Senza la funzionalità della ripetizione, subordinata alla fama e al lusso delle proiezioni esclusive, sarebbe certo impossibile avvertire quel macabro potenziale che, rinnovandosi di anno in anno, spinge intere folle di avventori e di curiosi ad accalcarsi in numero sempre maggiore. Sembra che per l’edizione del 2012 siano state registrate più di 200.000 persone. Per lo stesso anno si prevede la fine del mondo secondo il calendario Maya e il film di David Cronenberg Cosmopolis è in competizione, questo fatto mette in luce una curiosa quanto prevedibile coincidenza. Il festival di Cannes 2011 è condizione necessaria e sufficiente per l’esistenza del festival di Cannes 2012, il primo esiste se e solo se esiste anche il secondo, l’uno è l’altro, uno è uguale a due e due è uguale a uno. Il suo valore è cosmico.

Accanto alla criminalità del calcolo e della logica la singolarità del caso ha voluto che la riflessione filmica sulle alternative escatologiche del nuovo millennio sia emersa proprio in un contesto paradossalmente acronico: la sessantacinquesima edizione del festival. Che, come si è visto, coincide con il numero 64.

Riducendo la questione ai suoi aspetti più essenziali e perspicui e rinviando il lettore alla lettura del libro XI delle Confessioni di Sant’Agostino, chiediamo ai prelati di Cannes come e se un cinema del cervello possa risvegliare la salvezza e la conoscenza:

“Quid est ergo tempus?”