La chiesa di Pantin

di acinephilo

Quando lo straniero si trova nella condizione di visitare una città, sia per necessità sia per diletto, egli è sovente posto di fronte ad un bivio logistico. Per conoscere un determinato luogo possiamo infatti decidere di procurarci preventivamente una mappa cartacea o elettronica e percorrere mentalmente, sulla riproduzione, le strade, i ponti, le gallerie ed i passaggi della località straniera; oppure possiamo avventurarci fisicamente, perderci tra i vicoli e i palazzi di un labirinto nel quale il nostro unico orientamento sarà dato dalle indicazioni degli abitanti locali.

Il centro della città si distingue dalla periferia grazie ad una frontiera virtuale. Questo confine è tracciato spesso per delimitare un territorio amministrativo e lo si può individuare facilmente sui supporti delle riproduzioni cartografiche. Parigi, la capitale turistica del XIX secolo, come altre città delimita dunque il proprio centro storico distinguendolo sulle mappe dai quartieri delle banlieues attraverso uno schema geografico-visivo riferibile ad un ordine simbolico-rappresentativo.

Sappiamo che i monumenti e gli edifici più interessanti della città si trovano all’interno degli arrondissements, dove si concentra il fulcro della vita economica della capitale. Parigi è conosciuta per essere la “ville de l’amour”, la sua atmosfera romantica, i suoi scorci bohémiens, l’eleganza ed il gusto dei suoi abitanti hanno rafforzato negli anni la sua fama internazionale. A Parigi si trovano le opere d’arte più importanti del mondo; l’immaginario di questa città è arricchito dai caffè di Pigalle e di Saint-Germain, nei primi i personaggi di Degas bevevano l’assenzio e nei secondi Jean-Paul Sartre e Simone De Beauvoir fumavano sigari riflettendo sull’esistenza. Gli Champs-Elysées sono stati immortalati dal film A bout de Souffle di Jean-Luc Godard. Inoltre la Cattedrale di Notre-Dame ha partorito uno dei personaggi più celebri della letteratura occidentale.

D’altra parte proprio la metacinematografia di Godard può condurre alla dimensione del meta-marketing. C’era una volta Parigi, le sue fondamenta, la sua storia; et voilà Paris qui se vend! E coloro che quotidianamente cooperano, stanchi, alla produzione sistematica di luci e suoni scanditi dal ritmo meccanico del métro, contribuiscono ad ottimizzarne il mercato. Non è forse un caso che Quasimodo sia conosciuto maggiormente grazie a un film cartonato di Walt Disney.

Vivere a Parigi significa dissolversi in una metropoli personificata dall’ibernazione di quei beni che pur non essendo “culturali”, lo furono e lo saranno. Questi, per il momento, restano oggetti cultuali (oggetti dell’unico culto che sia concesso e riconosciuto). La grandeur di questa città aleggia – a differenza di altre capitali, fatiscenti imperi dell’Occidente – in una diafana modernità che di bohémien non ha più nulla. Il potere della quantificazione e dello status trasformano i desideri singoli nella necessità di un’affermazione omogenea che ha gli stessi meriti dell’individualismo concorrenziale e del risentimento angoscioso, di un anonimato inorganico tanto poco sexy quanto la ripetizione compulsiva e frustrante di una sessualità anedonica oscillante tra le scarpe col tacco e le grida di un ubriaco. L’autocoscienza del marketing sostituisce ingoiandolo l’eccentrico flâneur che abbandona la scena a favore del prestatario. E se è vero, come qualcuno ha detto, che i passages di Parigi hanno perduto quel valore sonnambulo del transito ancor meno è possibile rivolgersi all’arco antico e a quello moderno per orientarsi sotto il sole di mezzogiorno.

Ma quando è notte, quando piove a Parigi, sembra reale quell’esalazione bagnata dell’asfalto da cui ridiviene possibile sentire il suolo, la crosta terrestre immobile sotto le scarpe dei passanti. Allora, ai limiti opposti degli arrondissements, l’esteriorità della Difesa subisce una rotazione capace di porre in linea retta le sue torri e l’horror vacui dell’imponente Biblioteca Nazionale. Accanto a questa coincidenza fortuita che assopisce la militarizzazione funzionale nell’eco di un silenzio rumoroso, il riverbero del vociferare stanco e spettrale giunge all’estremità opposta liberando se stesso di ogni residuo umano. Rimane solo un lontano rumore estraneo. Poco prima del capolinea dopo Pantin, la porta che dovrebbe funzionare automaticamente, aprendosi in maniera meccanica, come avviene spesso all’uscita del métro, è trattenuta nelle mani degli abitanti della banlieue. Essi, inconsapevoli di prender parte agli ultimi barlumi di un rituale sacro, congelano il tempo nella conferma infinita di un’attesa e di un gesto.