Storielle d’artista e di porti di mare

di acinephilo

Le storie di un artista potrebbero essere interpretate come i trionfi tecnici di un cinema-capitale – sia muto, sonoro, che digitale (un cinema teatro, un cinema d’opera) – simile al “neopop made in Factory”, esso sarebbe subordinato ai codici mainstream dell’innovazione, adattandosi fedelmente alla distribuzione dell’industria massiva e seriale.

Una prima storia è dunque la diffusione del cinema sonoro, ovvero l’importanza sensoriale di un’esperienza coinvolgente, “tattile”: vi è qui un accumulo quantitativo di spettacolarizzazione che deve essere posto in relazione all’antiquariato, alla vecchiaia consumata delle pellicole mute, morte, afasiche. Questo rapporto diacronico veicola senza dubbio una lettura rigorosamente paradossale di una storia culturale caratterizzata dalla progressione e dall’affinamento delle arti, dirige il senso esistenziale del cinema all’anelito della completezza ideale della ri-produzione. Il superamento progressivo hollywoodiano, questo lungo e faticoso cammino intervallato da traguardi e cadute, sembra tuttavia meno perspicuo ed identificabile in epoca contemporanea. La mancanza d’opposizione dialettica che definisce l’attualità di Hollywood risulta evidente se consideriamo come sia stato facile immaginare un’antitesi elementare tra il cinema muto e il discorso, la chiacchiera potremmo azzardare, del commercio sonoro (ri-)proposta esplicitamente dal film The Artist.

La seconda storia è follia pura, la sacralità borghese del “patema”, un omaggio nostalgico alla morte. Più che un disinteressato omoerotismo nei confronti del muto, dell’afasico – che sarebbe ancora troppo cristiano – quella di Michel Hazanavicius diviene un’azione propria di recupero, di readymade; una celebrazione e un abbassamento di Hollywood operati all’interno del sistema stesso. La “scommessa” produttiva di un’opera come questa provoca un brivido virtuale che non inquieta nemmeno i risk managers più distratti, che appassiona i chioschi e i baracchini, ma che sottrae a tutti, segretamente, la sicurezza del risultato più conseguente. Eppure la strategia sembra quella “giusta” anche a noi: rivitalizzare l’essenza del cinema appassionando anche i profani, omaggiando la settima arte in toto, aprendo con melanconia il pubblico a quella massa di spettatori che non comprende solo cinefili e fanciulli. Non solo ai profani è comunque destinata la questione su quale sia l’essenza del cinema (questione riproposta indirettamente da Aki Kaurismäki).

Certamente si tratta di un cinema antico, invecchiato, insistentemente aulico come nelle ricorrenze mondane dei festival, una proiezione visiva, rappresentativa, destinata metaforicamente alle sale di teatro, luoghi abbandonati oggi in favore dei cinema metropolitani contenitori di immagini-sonore. Il suono resta presente, anche nel mondo muto la musica è l’accompagnamento ideale; il rumore invece, è questo ciò che manca all’afasico, è questo il suo orrore, la sua angoscia, il suo rovescio ancora caratterizzato dal contraltare di una femminilità fallica.

La presentazione assente del rumore è forse la tematica più urgente di questo film. Si tratta di un rumore kitch, volgare ed organico che tuttavia preme per esplodere meccanicamente, pronto a rimpiazzare la poesia, la leggerezza di una piuma silenziosa che si posa cadendo. L’“happy ending” non esiste, al muto non è data la parola, né il rumore, egli non sopravvive; muore invece respirando, viene inglobato da un magama indifferenziato che lo vuole uguale al resto. Un nuovo ideale ha vinto, siamo nell’epoca digitale, 3D: nel tattile il muto è divenuto cieco, toccando egli si è sporcato, ha dissolto la sua purezza presuntuosa. Il miracolo va cercato altrove. Qui ciò che vale è l’ascolto, cercare di vedere il rumore, vederlo posarsi o sfiorare terra per la prima volta. The Artist è un film sul cinema contemporaneo, sul cinema digitale, sul rumore dei multisala e sulla sinestesia anestetizzante dei blockbuster, più che sul fascino romantico delle pellicole ingiallite, della sacralità morta di ciò che è stato e delle poesie dimenticate. Questa la sua importanza: un film necessario quanto inattuale se fruito nell’insubordinazione di quello sguardo che l’attualità e la cronaca vorrebbero addomesticare o, peggio ancora, educare anche attraverso opere come questa, per giungere alla pretesa di ridare la parola al muto.

Ma l’impressione è che ci sia qualcos’altro, un eccesso passionale, una terza storia che fluisce nelle arterie extratestuali del “noir e blanc” connettendo come una Antenna lo spazio idealmente singolo del muto con il miracolo della cosa pubblica. Dalla sepoltura propria di una sana purezza alla riesumazione di un corpo rimosso, malato. Se non vi fosse tensione, passaggio, sarebbe impossibile veicolare l’intensità che nasconde, sotto le parole e i discorsi quadrati degli ammiragli, delle mine vaganti, delle vere merci umane, delle cose senzienti. Dal porto di Le Havre transitano quelle molecole impazzite, incontrollabili, con esse gioca, al fine di svelare la ciclicità apparente di nascita e morte, quel processo reale che mantiene attivo il moribondo, che infrange il potere nelle forme tanto plastiche quanto impercettibili della distruzione mancata.

Imporre la parola all’afasico è un compito dispotico quando serve l’educazione, la didattica, il superamento. Addomesticare, reprimere l’irruzione di un serbatoio extraterritoriale assomiglia alle false ambizioni di una società reazionaria e conservatrice. Un solo racconto allora è affine alla creazione fantastica, alla fiaba. Impossibile individuare specularmente alle storie d’artista un’opposizione tripartita che sarebbe ancora troppo euclidea. Abbiamo visto che la terza storia eccede il mondo del mutismo forzato aprendo l’afasia del singolo, attraversando istantaneamente l’indifferenziato che si vuole tale, per esplodere in una comunità differente. Quest’ultima composizione microscopica, quasi inesistente, raggiunge un equilibrio di singolarità irripetibili che si fanno tramite, canale, trampolino di lancio, sbocco, foce. Dalla terra ferma, dalla patria al mare, dal territorio all’avvenire. Non è dunque un ritorno allo stesso, al sempre uguale, la deviazione violenta una volta innescata porta dal maschile al femminile, transita dal potere gerarchico alla morsa dell’anarchismo solidale. Questi luoghi tuttavia, posti come fine, sono destinati a rovesciarsi ulteriormente ad evaporare nell’immensità gassosa di ciò che fu acqua oceanica, tramontando sempre più ad ovest.

Ricollocando infine queste immagini nel confuso contesto storico che le ha partorite per riportare il loro contatto all’azione presente, al pensiero senziente delle strade, dei cinema e dei caffè, vediamo ciò che conta; e non è certo il risultato. La terzeità delle nostre storie schiaccia psicologicamente l’industria massiva del cinematografo vanificando il ciclo di produzione, di traguardi e di cadute sotteso e implicato dall’economia neocapitale. Il secolo della settima arte si è spento, ora il cinema deve tornare a bruciare.